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Dal settimanale "Riforma" n. 13 del 31 marzo 2006 riproduciamo un articolo di Giorgio Girardet.
Il ruolo delle religioni in una congiuntura difficile per tutto il pianeta
Per un incontro di civiltà
Occorre rifiutare la logica dello «scontro» inevitabile: cristiani, ebrei e musulmani
possono lavorare a partire dalle eredità che condividono da sempre
Il Social forum mondiale di Porto Alegre del gennaio 2005 (Foto F.Tourn).
Il tema dello «scontro di civiltà» è diventato un luogo comune, senza che però ci si dia molta pena per approfondirlo. Lo «scontro», appunto, sarebbe quello con il mondo musulmano, visto come una minaccia.
Ma ragioniamo politicamente, anche ricordando la lunga storia che sta alle nostre spalle: non tutto infatti è nato l’11 settembre.
Il tema interpretativo dello «scontro di civiltà», è antico, è stato rilanciato da Samuel Huntington all’indomani dell’11 settembre e troppo presto caricato di connotazioni apocalittiche.
Ma tutti sappiamo che la storia è un tessuto di scontri e incontri. Sì, proprio di incontri e scontri di civiltà, alcuni tragici, come la totale cancellazione delle civiltà precolombiane nelle Americhe, abitate oggi da altre popolazioni di origine africana. Da quelle conquiste e saccheggi inumani, da quei genocidi, da quelle sofferenze inaudite sono nate col tempo
(molto tempo) forme nuove di cultura fra cui quelle brasiliana, caraibica, afroamericana. Ma a quale prezzo!
Non tutti gli scontri di civiltà sono stati però così drammatici, soprattutto là dove le civiltà che s’incontravano non erano troppo sproporzionate culturalmente, militarmente ed economicamente.
Gli incontri fra la civiltà ellenica e quella romana e più tardi gli incontri fra il mondo ellenistico e quello semitico mediterraneo
non furono né facili né incruenti, ma hanno potuto dare tuttavia vita a culture nuove e originali, come quella che fece da supporto al cristianesimo dei primi secoli. Il dislivello di potere politico, culturale ed economico c’era ma non era insostenibile (come era stato quello di popolazioni armate di frecce davanti agli immensi velieri armati di cannoni) e alla fine, come si disse, i vinti vinsero i vincitori.
La Grecia conquistata civilizzò il «selvaggio vincitore» e contribuì alla nuova civiltà che andava nascendo.
Quale tipo di incontro?
Ora, a quale di questi esempi storici è paragonabile l’attuale confronto con l’Islam, o più esattamente, il nostro
confronto con gli stati con popolazione musulmana? Qui non sembra azzardato affermare che il complesso dei paesi musulmani
non dispone di superiorità politica, militare ed economica tali da costituire una minaccia per l’Occidente:
da un lato c’è la quasi totalità del potere militare ed economico mondiale, mentre sull’altra sponda il mondo
musulmano (o, più esattamente, i paesi governati da musulmani) sono politicamente fragili, contestati al loro
interno, minacciati dagli estremismi e divisi fra loro. E poveri. Ma c’è il terrorismo, si obietta, e questo è vero, ed
è in grado di farci paura e di metterci psicologicamente sulla difensiva, ma questa è la sua sola forza: quella di spaventarci
al punto da darci per perdenti in un ipotetico scontro. Nei rapporti di forza l’Occidente è dunque immensamente
più forte e in grado di controllare la situazione; il pericolo è piuttosto che esso sia tentato di abusare
della sua forza, come ha fatto in Iraq. E se ci volesse riprovare con l’Iran, aggiungerebbe disastro a disastro.
Ma non siamo per fortuna a questo punto, è ancora il tempo della saggezza, della riflessione, della mediazione...
Abbiamo molte cose in comune, abbiamo entrambi, cristiani e musulmani, tradizioni culturali e religiose forti che possono favorire le mediazioni,
e vogliamo anche cose abbastanza simili, fra cui il rispetto del le regole proprie e altrui. Vogliamo anche metter fine alle minacce
dei terroristi. Siamo reciprocamente compatibili (e non necessariamente conflittuali).
Se oggi parliamo di una civiltà ebraico-cristiana (cosa impensabile cento anni fa), perché non lavorare per far nascere una nuova civiltà
islamo-ebraico-cristiana, dove i seguaci delle tre religioni possano convivere pacificamente rispettandosi, come prescrivono cristianesimo e
Islam fin dal tempo delle loro origini e come è stato storicamente realizzato nella Spagna medievale, prima che Reconquista,
cacciata dei «mori» e Crociate turbassero l’equilibrio del Mediterraneo e delle rispettive popolazioni?
Troppe cose abbiamo infatti in comune. Anzitutto la comune umanità con tutti i nostri bisogni essenziali, di pace, convivenza, benessere;
poi il forte amore e rispetto delle nostre storie rispettive, un fondamentale universalismo, l’invito all’amore e al rispetto degli altri. Viviamo inoltre, noi e loro, nello stesso
mondo di tecnologie avanzate e di comunicazione immediata, usiamo gli stessi strumenti, le stesse macchine, la stessa Internet, la stessa televisione, abbiamo tradizioni
culturali e religiose comparabili.
Perché non tentare?
Alla fine potremmo scoprire che il nemico non è per noi l’Islam e neppure, per loro, il cristianesimo e il mondo
occidentale, ma che il nemico è soprattutto o può essere la paura reciproca, la paura dell’altro. Se ce ne renderemo conto potremmo disarmare,
lasciar cadere le reciproche paure irrazionali, che ci fanno vedere un nemico o un terrorista in un qualsiasi poveraccio marocchino, affamato e senza soldi che dalla sua tenda al bordo del deserto è arrivato qui in cerca
di un benessere che non ha neppure trovato.
Certo, gli atti di terrorismo ci gettano nell’ansia e, con il contributo non sempre responsabile dei media e degli stessi politici, fanno nascere il panico. Ma qui occorrono
nervi saldi, freddezza, informazione, fiducia. Altrimenti corriamo il rischio che gli estremisti dell’Islam vincano la loro battaglia senza neppure combatterla, se dovessimo cedere alla tentazi one di chiuderci come in una fortezza,
di limitare le nostre libertà democratiche, di alimentare la psicosi dell’altro come nemico. In questo quadro trovo davvero poco sensata la novella insistenza di alti responsabili ecclesiastici
cattolici e politici sulla difesa di una «civiltà cristiana» che in realtà nessuno minaccia.
Ma quale civiltà, quali radici cristiane?
Ragioniamo su queste famose radici «cristiane»
Una scena da un film del regista indiano S.Ray.
Non potrebbe essere giunto il momento di avviare una riflessione storica su noi stessi e chiederci se non ci fosse per caso un qualche nesso, una qualche relazione storica o culturale fra la civiltà moderna con tutte le sue splendide
radici «cristiane» e quei crimini contro l’umanità commessi nel XX secolo che portano i nomi di Auschwitz e di Hiroshima? Non è detto che una relazione vi sia, la storia è piena di eventi inesplicati,
eppure una riflessione dovremmo avviarla. Siamo tutti inorriditi per quegli eventi e l’orrore cresce con il passare del tempo. Ma dobbiamo almeno chiederci come sia stato possibile, e confessare, se c’è, la nostra parte
di responsabilità, anche se ora sarebbe troppo tardi. In effetti, a un osservatore esterno questa nostra civiltà non potrebbe proprio essere vista come molto singolare: la libertà e i diritti umani e la democrazia, e poi tutti quei mostri?
Tanto più che fino a oggi non sembra che si sia messa in moto una riflessione autocritica forte, un ripensamento sul come queste cose furono possibili allora, in società «cristiane» e senza che vi fosse, né allora né dopo, una solenne
e pubblica sconfessione proprio da parte cristiana. Il caso di Bonhoeffer e della sua solitaria testimonianza sono troppo poco per scagionare i responsabili delle chiese cristiane, cattoliche e protestanti, per lo sterminio degli ebrei;
come alcuni singoli testimoni non possono scagionare le chiese cristiane del Nordamerica dall’avere accettato sia pure come dura necessità l’uso delle armi nucleari su Hiroshima e Nagasaki.
Ci preoccupiamo oggi giustamente per l’eventualità che anche l’Iran divenga una potenza nucleare, ma ci scordiamo di ri cordare con la stessa forza che le grandi potenze uscite vittoriose dalla
seconda guerra mondiale, insieme con Israele, India, Pakistan sono tutte già potenze nucleari?
Ma il cristianesimo è un’altra cosa.
Mi chiedo allora: la superiorità delle famose radici cristiane non si potrebbe manifestare proprio nella capacità delle chiese cristiane di riflettere criticamente su se stesse, riconoscere i propri errori e dimostrare, con gli atti, di essere capaci di emendarsi, in una parola, nel nostro linguaggio cristiano, di perdonare e di chiedere perdono?
Qui viene in mente una parola coraggi osa che Paolo apostolo scrisse una volta ai Romani: «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere», perché questo «sarebbe come radunare carboni accesi sul suo capo». E «non lasciarti
vincere dal male, ma vinci il male con il bene».
Allora? Sarebbe sciocco e inutile prescrivere alla storia quel che dovrebbe fare per tirarci fuori dai pasticci nei quali ci siamo noi stessi cacciati. Né abbiamo ricette, nessuno ne ha. Ma, se vogliamo restare fedeli come cristiani, dovremo pur saper ritrovare una parola nostra, indipendente, autonoma, originale.
Saper dire Cristo con le parole del nostro tempo: non difendiamo una «religione civile», una «cultura» storica chi usa e assolutizzata, né tantomeno una qualche società religiosa più o meno gloriosa e perfetta, che governi le genti, e neppure difendiamo come assolute parole storiche, che siano protestantesimo, democrazia, diritti umani. Tutte cose buone,
tutti valori positivi, nessuno dei quali però potrebbe mai essere assolutizzato ed elevato a una religione assoluta, che prenderebbe il posto di Cristo e lo ridurrebbe a un nuovo idolo.
Il cristianesimo, la fede cristiana sono davvero un’altra cosa, lo abbiamo detto e lo ripetiamo, sono il paradosso della croce, la più infamante e i rrecuperabi l e morte e sconfitta che si fa vittoria e speranza. È questo che va detto con forza, sapendo che questo è il vero scandalo, che gli «atei devoti» non possono capire, e che stentano a capire molti cristiani e molti uomini di chi esa, del l’una o dell’altra chiesa.
Ma davvero non vi viene voglia di ritrovare qualcosa del cristianesimo delle origini, quello, appunto, dello scandalo della croce? Quello che fu anche di Valdo e Francesco, di Lutero e Bonhoeffer, quello più vicino a noi del non dimenticato Tullio Vinay?
Abbiamo, noi, chiese cristiane, la forza per farlo? E non sarebbe questo il modo, il solo modo per uscire da questo tempo di afasia culturale e spirituale? Proviamoci.
Davvero lo spirito soffia dove vuole. Come primo modesto risultato, cesseremo di aver paura dell’Islam. Supereremo e cancelleremo il ricordo dello scempio delle crociate e dell’invasione coloniale in Africa e in Medio Oriente. Sarebbe già un risultato. Potrebbe anche accadere che alcuni o molti musulmani cesserebbero di avere disprezzo o paura dei seguaci storici del benedetto profeta Isa bin Marjam; cioè il Gesù dei musulmani.
Giorgio Girardet
(dal sito www.riforma.it)
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