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Dal settimanale "Riforma" n. 44 del 25 novembre 2005 riproduciamo un articolo di Giorgio Girardet sul dibattito in corso nelle chiese evangeliche italiane sulla attuale crisi della società e della stessa cristianità.
Fra conversione e annientamento
Altre volte ho espresso i miei interrogativi sull’attuale situazione culturale e spirituale, sulla sua assenza di passato e di futuro, segnata dalla precarietà dei sentimenti, e al tempo stesso dall’enfasi smodata dell’informazione momentanea, che ci sommerge per quantità, qualità e modi fino a costituire minaccia alla nostra libertà politica ed interiore. Una società fluida e, come detto più volte, precaria rischia di modificare in profondità anche il nostro modo di essere chiesa, di vivere e testimoniare la fede e si lasciarci come rottami galleggianti in un oceano di relitti del passato, immersi in un m mare di pubblicità, vibranti di momentanee emozioni ma vuoti di contenuti
In precedenti articoli cercavo di indicare i caratteri più vistosi dell’attuale situazione culturale, che indicavo nella provvisorietà e precarietà di una società "fluida" e nel clima di immediatezza emotiva coltivato dal dominio della pubblicità e dei mezzi si comunicazione di massa.
Ora occorre riflettere sulle possibili strategie da mettere in atto non solo per sopravvivere come esseri pensanti ma anche e soprattutto come cristiani fedeli e attivi.
Quale strategia allora?
Non si tratta di pura sopravvivenza difensiva, (come mi sembra che stiamo vivendo) ma di elaborare metodi e strutture per restare fedeli alla nostra vocazione di testimoni di Gesù Cristo. Anche nella società precaria.
Qui qualche spunto di riflessione che altri, spero, potranno ulteriormente elaborare.
Prevedo due tipi di reazione, difensiva e costruttiva e al limite, aggressiva.
Sul piano difensivo penso che si debba svolgere una forte azione critica contro la virtualità delle false immagini. Emergere vivi dal "bagno mediatico".Ricuperare la consapevolezza della irrealtà delle ombre che ci avvolgono, per ritrovare la realtà della materialità, del pensiero, della teologia storia e della fede. Studiare gli anticorpi possibili e utilizzarli per difenderci. Esercitare anche su queste nostre pagine una critica forte e immediata di ogni semplificazione urlata, di notizie senza contesto né passato, le grida di oggi subito dimenticate domani (senza che neppure ci si dia la pena di una smentita), la servile sudditanza al potere del momento.
Questa vigilanza critica sull’uso strumentale dei media potrebbe e forse dovrebbe diventare uno dei compiti costanti e fondamentali del popolo cristiano: un compito e una vocazione, una testimonianza, da intendere proprio come una forma di "evangelizzazione".un servizio, anche politico, reso all’intera società, soprattutto se non ci sono altri che lo fanno in modo pubblico ed efficace.
Dire la verità, insomma.
Proporrei volentieri ai cristiani vivi di oggi un vero e proprio programma alternativo a quelli oggi correnti, un programma di presa di coscienza e di resistenza, che dovrebbe essere definito, voluto e alimentato anche dai nostri predicatori e teologi, che trovi spazio nelle nostre assemblee e sulla la nostra stampa: anche su "Riforma" che potrebbe così diventare "esemplare" e servire in modo nuovo la società e la chiese.
Cosa vuol dire, oggi, "fare politica" nel senso di essere di nuovo la coscienza della società e dei nostri fratelli e sorelle disorientati come noi, quale è il senso del nostro passato e la nostra prospettiva del futuro, non solo delle piccole nostre realtà locali ma di questo momento cruciale, di questo "kairos" mondiale, fra conversione o annienta¬mento. Ma sono queste oggi le nostre domande?
In realtà non questo oggi non avviene, è scarsa una nostra riflessione specifica e indipendente, che dica le nostre ragioni e priorità e convinzioni evitando di lasciarsi dettare la agenda dai media e dai politici, (come avviene settimanal¬mente anche su "Riforma") senza lasciarci dettare l’elenco delle cose "che conta no”, sulle quali prendere posizione anche noi, o scrivere un documento, come mi pare che avvenga ogni volta che adottiamo l’agenda delle grandi problematiche (falsamente?) pubbliche, come la bioetica o l’ambiente, per ripetere alla fine quello che gli altri dicono, cioè il più ovvio e sensato discorso liberale, rispettoso della scienza e della "coscienza", dove proprio non si capisce dove sia andato a finire il di più, il "particolare" che Gesù esigeva dai suoi discepoli.
A questo primo compito essenziale, difensivo, ne aggiungeremo tuttavia un secondo, costruttivo. Costruire e difendere una realtà vera e non virtuale. Costruirla pubblicamente.
Il sistema mediatico ci lascia ancora spazio sufficiente per essere veri, per essere e restare noi stessi e non adeguarci: ci sono molti, moltissimi che sono restati "veri", soprattutto quando passiamo dalla sfera pubblica agli spazi più ristretti, personali e privati o semiprivati che è possibile difendere e proteggere.. Di queste realtà "intatte" sul piano delle persone singole e delle loro azioni e motivazioni ci accorgiamo ogni volta che veniamo in contatto con persone, con uomini e donne del nostro tempo al di fuori degli spazi pubblici. Perfino la televisione di stato per necessità lo ha lasciato emergere (per esempio. recentemente, il caso Celentano) Ci accorgiamo che ci sono persone vere e vive che nel loro ambito si muovono, scelgono, Fanno e decidono come noi, senza slogan né miti, né urla.
Paradossalmente le stesse comunità cristiane, cattoliche ed evangeliche, costituiscono, insieme a molte altre realtà, luoghi di una umanità piena e vera ancora lontana dell’universo artificiale dei media e della politica che ne dipende.
Raccogliendo e riutilizzando i rottami sparsi del vecchio mondo che sta andando in frantumi sapremo valorizzare la comunità locale, i luoghi dove la gente si conosce di persona e stabilisce relazioni dirette, senza la mediazione dei media e che quindi ne restano meno influenzati.
Sapremo lavorare al nuovo che nasce con la necessaria creatività e fantasia, in ascolto dello Spirito di Dio che muove anche oggi le acque del grande oceano della vita.
Cogliere i segni, riconoscerli, proporli anzitutto al nostro vicino perché anche lui ne parli al suo vicino: non potrebbe essere questo un nuovo compito della comunità cristiana? Vivere con gli occhi e lo spirito ben aperti sul Signore che anche oggi fa la cosa nuova.
Là dove è possibile partire alla costruzione di un nuovo paradigma, un nuovo mondo di rapporti fra le persone, l’embrione forse di una socialità postmoderna. Un paradigma nuovo, che ancora nessuno conosce.
Con i pezzi del vecchio cominceremo a costruire cose nuove per conoscerlo e farlo conoscere. Saranno forse nel primo momento spazi piccoli, nicchie ancora protette, sconosciute o poco conosciute all’esterno. Eppure reali.
C’è dunque speranza di una cultura e società e politica e chiesa nuova per il domani che viene.
Giorgio Girardet
(dall’Archivio di www.riforma.it)
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