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Il futuro dell’ecumenismo
dal sito “www.voce evangelica.ch” riproduciamo un intervento di Paolo Ricca, teologo valdese, Roma (intervento pronunciato a Lugano, presso la sala della CERS)
Paolo Ricca: il futuro dell’ecumenismo non dipende dagli sviluppi all’interno della chiesa, quanto dalle situazioni che verranno a crearsi fuori dalla chiesa, nell’umanità di oggi e di domani.
Paolo Ricca, teologo valdese.
(Paolo Ricca) È possibile individuare almeno tre grandi sfide che stanno di fronte all’umanità e che ne condizionano il destino. Da esse, più che dagli sviluppi all’interno della chiesa o delle chiese, dipende anche il futuro dell’ecumenismo.
Un mondo diviso
Prima di tutto c’è la sfida della povertà e della fame. Questa è una sfida immensa, perché tutti sappiamo che la grande divisione che lacera il corpo dell’umanità non è di carattere religioso, ma è appunto tra i poveri e i ricchi, tra gli affamati e i sazi. Qui ci vorrebbe veramente l’ecumenismo, o meglio, un ecumenismo tra gli affamati e i sazi, tra chi ha il pane e chi ha solo la fame. Ora è chiaro che la chiesa non ha la forza e neanche il compito di risolvere questi problemi immensi. Però non può estraniarsi da questo problema, per dei motivi biblici. Nello scritto di Isaia (cap. 58) il Signore dice che il “digiuno del quale mi compiaccio … è che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu dia riparo a chi non c’è l’ha”. Inoltre se pensiamo al gesto eucaristico che noi compiamo ogni volta che celebriamo la cena del Signore che cos’è questo gesto se non la condivisione e la moltiplicazione del pane attraverso la divisione? Per moltiplicarsi, bisogna dividere. Ed è questa la comunione realizzata attraverso la condivisione del pane. Dunque, il gesto eucaristico è proprio un paradigma fondamentale che indica che le chiese non possono prescindere da questo fatto. Credo che l’ecumenismo e cioè il problema dell’unità della chiesa in vista dell’unità dell’umanità passi per questo paradigma eucaristico, passi attraverso questo sforzo di unire chi ha il pane e chi ha soltanto la fame.
Il problema della guerra
L’altra sfida fondamentale è quella della guerra. Qui le chiese sono molto più indietro di quanto non lo siano sulla questione del pane. Anche se lì c’è da fare molto, in riguardo alla questione della guerra c’è da fare tutto. Perché è vero che le chiese predicano il pacifismo, ma la predicazione della pace non serve a nulla se è solamente retorica. Quella pura retorica religiosa con la quale le chiese si mettono il cuore in pace. Anche papa Giovanni Paolo II, che è stato lodato come paladino della pace nella guerra in Iraq, sì, voleva la pace, ma io non l’ho mai sentito dire ai soldati cattolici presenti nell’esercito americano di deporre le armi. Questo sarebbe stato pacifismo, ma non l’ho sentito neanche da nessuna chiesa evangelica, da nessun consiglio delle chiese evangeliche degli Stati Uniti che sono molto per la pace. Predicano la pace, ma io non le ho sentite dire ai soldati americani nell’Iraq: “Vi preghiamo, nel nome di Dio, deponete le armi!”. Questo è il discorso da fare. Chi l’ha fatto? Chi lo fa? Nessuno! Predichiamo la pace, ma non serve a niente, è un alibi.
A parte questa polemica contro la guerra, c’è tutto il versante positivo che non viene fatto e cioè la predicazione dell’umanità non violenta, dell’uomo disarmato, come Gesù. Il vero uomo, non è Rambo con 12 mitragliatrici e 34 caricatori. Il vero uomo è disarmato! La chiesa, in vista dell’unità dell’umanità, non può non abbracciare l’opzione pacifista, non può non promuovere la cultura dell’uomo vero, disarmato e della non-violenza come lotta per correggere le cose che non vanno. E ce ne sono tante, di cose che non vanno.
Le altre religioni
La terza sfida è la sfida religiosa. Ci sono molte questioni, ma quella di immediata percezione oggi è quella del rapporto con l’Islam. Il problema che si pone è se l’Islam, nel nostro mondo occidentale, abbandonerà o abbia già abbandonato la sua visione teocratica del mondo e della società. Questa questione comporterà un dialogo intenso e un intenso confronto. E poi in generale, oltre la questione islamica, c’è la questione del rapporto tra il cristianesimo e le altre religioni. La domande sono note: le altre religioni sono da classificare, come sono state tradizionalmente classificate, come paganesimo e quindi, in prospettiva, devono essere abbandonate e sostituite dal cristianesimo? Oppure è possibile immaginare un rapporto tra il Dio di Gesù Cristo e queste religioni che non passano attraverso il cristianesimo? Queste religioni, hanno un significato e una valenza, anche se non salvifica? Gesù è l’unico salvatore del mondo oppure è il salvatore di una sola parte dell’umanità? E le altre parti dell’umanità possono avere altri salvatori o altre guide, altri modi ad accedere a Dio rispetto quello che noi conosciamo?
(dal sito www.voce evangelica.ch)
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